La trasformazione della collina del Brich in parco si deve a Vittorio Buratti che nel 1933 acquistò la villa La Malpenga dagli imprenditori edili Biglia ed iniziò l’ambizioso progetto di trasformazione.

VittorioBuratti

Chi era Vittorio Buratti?

Vittorio Buratti nacque a Biella nel 1888, primo di quattro fratelli. La sua vita fu divisa da subito tra l’attività politica e l’attività nella fabbrica di famiglia.

Nel 1924 venne eletto deputato del Partito Popolare essendo, nella prima parte della sua carriera politica, un convinto democratico ed antifascista, molto legato all’associazionismo cattolico; nel 1925 aderì all’azione di protesta contro il regime, rappresentata dalla ritirata sull’Aventino dei deputati parlamentari (e per questo risultò tecnicamente decaduto).

L’attività della fabbrica di famiglia (Filati Buratti, una ditta specializzata nella lavorazione della seta a Chiavazza) lo portò ad avere contatti con il territorio Bergamasco e in particolare con la famiglia Zanchi, che aveva concentrato la propria attività nel campo della produzione e lavorazione dei bozzoli da seta. Vittorio sposò in seconde nozze Virginia Zanchi e fu proprio l’influenza di questa ricchissima famiglia che ispirò la svolta politica di Vittorio che aderì, sempre più convinto, al partito fascista. Il matrimonio significò per Vittorio un vero e proprio salto sociale che gli permise di assumere un tenore di vita vicina ai canoni dell’aristocrazia. Le attività di trasformazione del Brich gli consentì poi di accedere all’atto che formalmente legittimava il passaggio sociale: l’attribuzione della carica araldica di Conte della Malpenga. La conquista del titolo nobiliare fu per molti industriali, anche biellesi, una forte attrazione; nel ventennio fascista bastava dimostrare di aver effettuato un’operazione di carattere forestale o agricolo e donare un lauto contributo alle critiche casse dello stato per accedere al sospirato titolo.

Dall’Almanacco Biellese del 1942 si apprende che il re Vittorio Emanuele II conferì a Vittorio Buratti il titolo di “conte della Malpenga” per premiare l’opera da lui svolta nel campo industriale, nella valorizzazione storico-turistica della regione e nella bonifica del brich di Zumaglia.

Il titolo di “conte della Malpenga” era trasmissibile all’unica figlia di Vittorio Buratti, Angiola Teresa, ed ai suoi discendenti maschi con obbligo di aggiungere al proprio cognome, il cognome Buratti, con la dicitura “della Malpenga”.

Lo Stemma del conte della Malpenga

Lo stemma concesso dal re era composto da: tre fusi d’oro ordinati in palo su sfondo azzurro e, nella parte superiore, un castello a due torri su sfondo rosso, con merlatura alla guelfa.

I tre fusi ordinati in palo alludono all’attività svolta da Buratti nel campo dell’industria tessile; il colore dorato dei fusi rappresenta la potenza. Il colore azzurro, prediletto dai guelfi, rappresenta la forza, la fermezza, la costanza, l’amor di patria, la vittoria e la fama.

Il colore rosso, che in araldica è simbolo d’audacia, allude all’opera di bonifica e di ricostruzione della rocca di Zumaglia, che è ricordata dal castello merlato alla guelfa.
Il motto era:

FESTINA-LENTE
(Affrettati lentamente)

Il motto ricorda la villa Malpenga. Infatti era lo stesso di cui già si erano fregiati i Malpenga, un tempo proprietari della famosa tenuta, che da loro prese il nome.

La trasformazione del Brich

La trasformazione paesaggistica della collina fu compiuta dal Buratti in modo molto rigoroso, quasi filologico.

Il riutilizzo del materiale trovato sul posto, la costruzione dei muri sulla base di frammenti originali, l’adattare il nuovo manufatto alle linee architettoniche dell’antico castello sono espressioni del grande rispetto del luogo e del corretto approccio con il quale il Buratti conduce le trasformazione.

Nel quadro degli interventi di restauro paesaggistico medioevale, Vittorio Buratti aggiunge alla riscoperta delle informazioni storiche, l’idea di rendere accessibile ed attraente per le comunità di Ronco e Zumaglia il paesaggio riscoperto, distribuendo nei punti panoramici vari elementi decorativi quali sarcofagi, finte colonne di tempio classico, epigrafi.

“la ricostruzione della storica rocca di Zumaglia, la bonifica della zona circostante, la colonia elioterapica della Malpenga, chilometri di strade… attorno al castello al fine di rendere più agevole la bonifica e sempre più attraente e comodo il transito dei turisti in quella panoramica zona.”

Accanto ai lavori di ricostruzione vennero attuate molteplici opere miranti all’assestamento del colle: vennero aperte strade, stese linee per il trasporto dell’energia elettrica, sistemate fontane, rinnovate le piantagioni. In questo modo tre strade assicuravano il collegamento del castello con Ronco, Zumaglia e con la provinciale Biella-Mosso.

Quest’ultima strada si snodava nei boschi per poi sboccare nel piazzale detto dell’Impero, dove sorgeva una cappelletta con l’immagine della Madonna d’Oropa.

Dal piazzale, varcata una cancellata in ferro battuto, la strada scendeva a un secondo ripiano, decorato con due grandi vasi di travertino, simili a quelli delle ville romane.

Presso il castello, ma più in basso, fu costruita la casa del custode e del giardiniere con ampie e luminose serre: la Casina di Guardia.

Inoltre sorse una casa colonica, la Cascina d’Alé, circondata da un orto modello, un frutteto, una vigna impiantata per ottenere un vino tipico, l’Alé.

Gli interventi decisi da Buratti per il Brich comprendevano, in aggiunta al recupero del castello, alla bonifica delle terre, al ripristino delle strade ed alla costruzione ex novo della Cascina Alé e della Casina di Guardia, una complessa e più ampia operazione paesaggistica.

Il Brich venne infatti concepito come un vero e proprio itinerario, con partenza da Ronco Biellese ed arrivo al Castello, attraverso un lungo tragitto a salire ricco di attraenti suggestioni per il visitatore.

In questo contesto, naturalmente, non va dimenticato anche il forte legame con la Villa Malpenga di cui si è parlato precedentemente.

Il vero intento di Buratti è stato da lui stesso lasciato scritto su una epigrafe posta ai piedi del Castello e suona così:

La rocca di Zumaglia costituisca per le generazioni che verranno un simbolo di volontà, una luce di bene e le pendici che la circondano, nella feconda rinascita agreste, possano moltiplicare il trionfo di un disegno d’armonia e di bellezza.